Dr. Jekyll e Mr. Hyde
- Chiara Bressan
- 15 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Avete mai pensato di avere una parte cattiva, addirittura così cattiva da averne paura? O peggio, di non sapere di averla e scoprirlo all'improvviso, nei momenti più impensabili? Siete mai stati affascinati dalla figura del licantropo, simbolo del ritorno all'istinto bestiale sopito sotto sembianze umane? Il tema del male, dell'identità e della pulsione animale allo stato brado, a volte in stretta sovrapposizione, affascinano da sempre, e non sono così distanti da ciò di cui si parla nell'opera di Stevenson. Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è uno di quei libri che colpisce non tanto per la trama, ormai più che nota, quanto per il suo sottotesto filosofico. Sfido infatti chiunque a chiudere questo romanzo e non rimanere a fissare il vuoto per un po', con la testa che brulica di domande esistenziali.
La storia è questa: lo stimato dottor Jekyll, in seguito a un esperimento, sviluppa una doppia identità, creandosi un alter ego malvagio, Mr. Hyde, che di notte compie scellerati delitti per le strade di Londra. L'ultima parte del libro, in cui Dottor Jekyll spiega piuttosto dettagliatamente come e perché ha agito, è un susseguirsi di spunti di riflessione. Cos'è il male? È insito nella natura umana o instillato in noi da una causa estrinseca? Siamo davvero liberi di scegliere o siamo predeterminati dalla nostra natura? Esiste il libero arbitrio, e se sì, cos'è? La vera libertà è saggia inibizione o concedersi senza remore al fascino sfrenato di una vita d'impulsi? E se reprimo una parte di me, seppur malvagia, posso affermare di stare vivendo a pieno? Una volta assaporata l'ebbrezza dell'eccesso, quanto è facile resistere al suo fascino malato?
Archetipi che da sempre popolano la nostra letteratura si intrecciano tra le pagine di questo breve racconto: il tema del doppio, gli opposti che si completano, necessari l'uno all'altro: yin e yang, lo squilibrio che mantiene l'equilibrio. E ancora l'identità, il valico del limite proibito, l'albero della conoscenza, la sfida alle leggi di natura per sostituirsi ad essa, a Dio, e trascendere l'umano. Da Adamo ed Eva a Icaro e Faust, passando per Frankenstein, fino al nostro Dr. Jekyll, la cultura occidentale è attraversata da un'infinita sfilza di uomini che desiderano avvicinarsi a Dio rendendosi il più simile possibile ad esso, finendo paradossalmente per diventarne l'opposto, Luciferi moderni e ancora molto attuali. Uomini costretti a subire le pesanti conseguenze di un gesto più grande di loro e a confrontarsi con la parte più abietta di se stessi, quella scomoda, che va nascosta come suggerisce il nome dello stesso Hyde, relegata in una soffitta buia a marcire e invecchiare al posto nostro come nel ritratto di Dorian Gray, ma non per questo meno reale. Fino a che punto del nostro essere umani possiamo spingerci prima di diventare disumani? E non è forse vero che anche il nostro Mr. Hyde è pur sempre parte di noi?
Forse il male sfugge al nostro controllo quando nella nostra limitata natura e comprensione delle cose desideriamo andare oltre senza essere capaci di domarlo, questo oltre, sottovalutando le conseguenze della nostra cieca smania di vita e di un potenziale a noi ignoto. Così mordiamo la mela, voliamo troppo vicino al sole, stringiamo patti con il diavolo, ci mettiamo allo specchio per guardare negli occhi la nostra metà cattiva, solo per renderci conto, ormai troppo tardi, che quello sguardo non siamo in grado di reggerlo.
Forse è come canta Jonah Kagen: ho bisogno di te come Dio ha bisogno del diavolo.






