Il Grande Gatsby: una recensione troppo breve
- Chiara Bressan
- 9 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Un paio di anni fa – troppo tardi, secondo me – ho finalmente deciso di leggere Il Grande Gatsby, e ne sono rimasta colpita. Ripropongo qui la mia breve recensione, originariamente scritta sul mio account Goodreads, dove potete seguirmi. Mi scuso in anticipo per la brevità, che non riesce a cogliere appieno la vasta gamma di temi e spunti offerti da questo libro, ma spero che possa comunque incoraggiarvi a leggere questa splendida opera. Buona lettura!
Ho aspettato troppo a leggere questo romanzo, finché l'altro giorno, per caso, sono incappata nell'audiolibro e ho iniziato ad ascoltarlo. Mi ha subito conquistata e me lo sono procurato in copia cartacea.
Ci sarebbe talmente tanto da dire che sarebbe impossibile ridurre tutto in pochi caratteri.
La scrittura di Fitzgerald descrive le scene come fossero quadri e le immortala in poetiche istantanee. Gli stessi personaggi appaiono talvolta come fossilizzati nelle loro pose. Non a caso la fotografia fu la grande arte degli anni Venti e sono proprio i ruggenti anni Venti che fanno da sfondo alle vicende del libro, un plus se già siete affascinati dall'età del jazz, delle flappers e della scintillante New York del primo dopoguerra.
La narrazione scorre tra fiumi d'alcol - che avvolge tutto in una coltre di sottile foschia inebriante - e feste lussuose, condite da una nebbiosa superficialità. È presto chiara l'intrinseca vanità di una società basata su chiassose apparenze, alle quali Gatsby, pur essendone il promotore, rimane sempre estraneo. Quel protagonista trimalcionico, che ci si svela a poco a poco, è dominato piuttosto dalla solitudine del suo desiderio, verde come la speranza. Tutto il romanzo è costantemente pervaso dal colore verde, e verde è infatti la luce che brilla nella notte dalla casa di Daisy. Ma verde è anche il colore acido che tanto ricorre nelle avanguardie tedesche, che Kirchner dipinge a fredde pennellate nelle donne per strada dei suoi temi urbani, il colore aspro del neon che ben poco ha di romantico.

Gatsby è un personaggio avvolto da una sfavillante aura di mistero, costruito a tavolino, ideale di qualcosa che si vuole essere, più che di ciò che si è davvero. La storia di Jay Gatsby rappresenta la storia del grande sogno americano, l'illusione delle aspettative che collidono e s'infrangono cristalline contro lo spesso muro della realtà.
Nick, Tom, Daisy, Jordan, Jay, Myrtle e Wilson sono le marionette che si muovono tra i fili di questo racconto, che sa della rugiada del mattino alla fine di una festa durata tutta la notte, di odore di tabacco che si appiccica ai vestiti gettati in fretta sul pavimento, di prati bagnati da una scrosciante pioggia estiva e di fiori brutalmente recisi sotto il chiarore della pallida luna di giugno.
L'estate è la stagione dominante e l'afa la sensazione più ricorrente. Il caldo soffocante offusca le menti dei personaggi, che paiono mostrarsi nei brevi sprazzi della loro autenticità solo quando a sciogliere le loro maschere arriva lo slavato brusìo della pioggia. Alla pioggia sono legate alcune delle scene più significative del romanzo e che più mi sono rimaste impresse, vivide fotografie dipinte da Fitzgerald.
Molto nel racconto è lasciato al non detto, all'immaginazione del lettore perché riempia i vuoti e i sottintesi lasciati dalle insinuazioni della scrittura. Così la frase finale, splendidamente e malinconicamente riepilogativa del significato dell'intero romanzo, di nuovo con un'immagine pittoresca, simbolo del vano sforzo di tensione verso un irraggiungibile, eterno e struggente desiderio.
Il Grande Gatsby è un romanzo per idealisti, un sorriso dolcemaro alla faccia delle proprie illusioni frantumate. Che siate degli eterni ottimisti o dei sognatori disillusi, troverete fra queste pagine un racconto che parla a quella parte sognatrice in ognuno di noi, divisa tra le infinite possibilità del futuro e la prospettiva ormai perduta di ciò che sarebbe potuto essere.



