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Le Braci di Sàndor Màrai

  • Immagine del redattore: Chiara Bressan
    Chiara Bressan
  • 13 gen 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 9 nov 2025

Le braci di Sàndor Màrai è uno di quei libri che bisogna rileggere più volte per coglierne a ogni rilettura livelli di significato più profondi, tanto è ricco di temi e riflessioni di spessore. Chi si aspetta un dialogo, però, rimarrà deluso. La narrazione, il cui scopo ultimo dovrebbe essere un confronto finale a mo’ di duello intellettuale ed emotivo tra i due personaggi, si rivela in realtà un lungo monologo, un flusso di coscienza che straripa dagli argini di quarantun anni di silenzi, solitudini e rimuginii.


Protagonisti sono due amici di lunga data, Henrik e Konrad, che condividono gli anni della giovinezza legati da un sentimento di forte e nobile amicizia, sullo sfondo di una Vienna imperiale descritta divinamente dalla penna dell’autore. A un certo punto, però, qualcosa si spezza. Un’improvvisa partenza, una donna, la lontananza. Per quarantuno lunghi anni Henrik e Konrad vivono senza più avere notizie l’uno dell’altro. Ora, nell’inverno della loro vita e di un’Ungheria che simboleggia la fine di un’era, vogliono sapere perché. E noi pure.


Il racconto procede lasciando il lettore nel mistero e si gioca sull’attesa della rivelazione, al cui culmine si giunge però solo attraverso la personale prospettiva di Henrik, il protagonista, che snocciola davanti all’ex amico tutti i suoi sospetti, supposizioni e accuse, attraverso una lunga disamina di dettagli, gesti e sensazioni gelosamente custoditi per una vita intera. Tutto ciò per arrivare a chiedersi: c’è una verità? E se esiste, cos’è? Possono i fatti da soli costituire una verità, o è la nostra interpretazione di essi a costruire la nostra personale verità, diversa da quella degli altri? Il libro avanza, tramite il discorso di Henrik, una serie di questioni e domande esistenziali che prendono in esame la natura umana stessa. Cos’è l’amicizia? E il tradimento ha una definizione universale? È vero che anime dall’indole simile saranno sempre attratte le une dalle altre, condividendo un linguaggio impenetrabile ad altri? Uccidere è un istinto umano?


Lo scrittore Sàndor Màrai (1900-1989). Copyright: La civiltà cattolica
Lo scrittore Sàndor Màrai (1900-1989). Copyright: La civiltà cattolica

La prosa magnificamente evocativa di Màrai, maestro nel creare l’atmosfera perfetta con il giusto equilibrio di attenzione al dettaglio e descrizione psicologica, ci guida tra le pagine da riflessioni sulle relazioni umane al desiderio erotico in senso platonico, in un triangolo amoroso in cui ogni elemento è essenziale agli altri. Sembra quasi di leggere un’auto-psicanalisi. Condivisibili o no, le idee esposte offrono al lettore l’occasione per riflettere sulla sua personale prospettiva a riguardo e mettere in gioco le sue credenze.


La dose di determinismo che pervade il libro va inserita nel contesto storico-culturale disilluso in cui il testo si innesta – il crollo dell’Impero Asburgico e degli ideali da esso prospettati. I protagonisti e l’ambientazione stessa – un castello pressoché abbandonato della steppa ungherese – sono lo specchio e la parabola di questo crollo. Dall’era scintillante di sfarzo, orgoglio e musica di una Vienna imperiale romantica, tra i cui palazzi nasce e si rafforza un sentimento di amicizia tanto nobile quanto fragile, a un dopoguerra che non ha lasciato dietro di sé nient’altro che macerie, brandelli di rapporti umani, tradimenti, non detti, silenzi assordanti, incomunicabilità, corridoi vuoti e braci di un fuoco che un tempo bruciava e ne riscaldava la realtà. Senza dubbio la migliore lettura del 2024.

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