La geografia emotiva di Salt Moon City di Iskander Moon
- 20 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Quando ho ascoltato Iskander Moon la prima volta ho percepito subito un’affinità con i suoi temi. Berlino, l’America, i viaggi… Sapevo di cosa stava parlando, e sentivo anch’io la stessa cosa. Dopo l’EP Are You Lost Here? Iskander è pronto per un vero album. Salt Moon City di Iskander Moon è in uscita il 20 febbraio, e per l’occasione ho avuto l’onore non solo di ascoltarlo in anteprima, ma anche di parlarne con lui di persona, a Bruxelles. Il titolo “Salt Moon City” contiene già tre parole chiave per interpretare il disco: città, luna, sale.
Da dove viene il titolo e perché questa ricorrenza della luna, sia nell’album che nel tuo nome d’arte?
La connessione con la luna c’è innanzitutto per l’assonanza con il mio vero cognome (Moens, ndr), e poi è un elemento che ci accomuna tutti. Rappresenta qualcosa che ci smuove dentro e che tiene tutto in equilibrio. Il resto del titolo è collegato alla mia città natale. Vengo da un piccolo paesino del Belgio al confine coi Paesi Bassi (Zelzate, ndr) che una volta veniva usato come serbatoio di sale, da qui il nome. Salt Moon City è un po’ la mia città, rappresenta le mie origini, ma diventa la città di chiunque, che prende forma o non è ancora nata. Nella mia testa mi immagino come un conduttore radiofonico che narra le storie di questa piccola città (ride). L’intero album è la mia storia di formazione sia come raccolta di lavori che come crescita personale, e un inno alle anime solitarie alla costante ricerca di qualcosa o di se stessi. È un viaggio universale. L’idea per il titolo mi è venuta durante un soggiorno in Svezia. Ho noleggiato una macchina e una cabina sperduta nel mezzo della foresta, e lì, in mezzo alla neve, è arrivato Salt Moon City.

A proposito di città, so che hai viaggiato molto e le città sono un elemento importante nelle tue canzoni. Ne hai una preferita? Come si riversa nell’album tutto questo viaggiare?
Berlino. Ci ho vissuto per un paio di mesi ed è decisamente la mia preferita. L’intero album è dedicato a una città più o meno immaginaria, ma ci sono anche New York e Beverly Hills. Tutti posti in cui sono stato e mi hanno ispirato. Per me ogni città ha un tempo diverso, tutto suo. È il ritmo con cui le persone la vivono e la velocità che ti trasmette vivendola sulla tua pelle.
E Bruxelles che tempo ha?
Bruxelles è veloce in testa ma lenta nei piedi. Berlino ha un ritmo molto più lento, che trasmette pazienza e premura. Le persone hanno una cura particolare verso gli altri. Manhattan e Brooklyn per esempio hanno due tempi molto diversi, una molto veloce e l’altra più rilassata. Ho scritto una canzone dell’album proprio su questo. New York City, 22 l’ho pensata quando stavo attraversando la città in treno da Manhattan a Brooklyn. A metà canzone c’è un cambio di tempo, che rallenta in corrispondenza dell’entrata a Brooklyn. Se fai attenzione puoi sentire le rotaie del treno che rallentano.
Cosa c’è di diverso in questo album rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Sicuramente ho giocato molto di più con le trombe e gli archi. Ho osato di più come groove rispetto al classico piano-voce acustico precedente. E poi il tema delle città è molto più presente.
Diamo un’occhiata insieme alla tracklist.
Sì, ci sono 10 brani principali e 2 di intro/outro. Lonely Days Will Come l’ho scritta il primo giorno di lockdown nel 2020. L’ho creata, registrata e rilasciata nello stesso giorno. Ghosts rappresenta i demoni interiori che tutti abbiamo, ma è piuttosto un incoraggiamento ad essere onesti con se stessi e riconoscere quella parte di noi che spesso teniamo nascosta. Borderline l’ho scritta a Berlino. Parla di senso di appartenenza e nostalgia di casa. È letteralmente una linea di confine, fisico ma anche emotivo. Dopo il blues di Tear You Up viene Avé, che è il nome di qualcuno, e poi The City, che canta di persone che cercano una connessione pur vivendo in città diverse. Buried in Beverly Hills è sostanzialmente sull’idea della fama, che non conta molto se non hai davvero qualcuno al tuo fianco a supportarti. L’ultima, Minnesota Wildflower, è su una ragazza del Minnesota che ho incontrato a New York. La tipica storia in cui conosci qualcuno viaggiando, per poi non vederlo mai più. Quelle connessioni estemporanee ed intense che hai solo quando viaggi. Ho scritto la canzone una notte tardi, subito dopo essere tornato a casa. Ho capito subito che avevo trovato il brano di chiusura.

Mentre Iskander e io parlavamo mi sono passate davanti diverse immagini. Tra un caffè e l’altro ho visto una casetta sperduta in mezzo alla neve, un fiume che segna il confine fra due paesi, una città che non dorme mai. Quando parlava di anime solitarie ho visto una carta dei tarocchi. Nel corso della nostra chiacchierata sono stata in tanti posti, e la mia storia personale mi ha reso sensibile alle sue canzoni. Iskander ha messo in musica la stessa geografia emotiva di cui Italo Calvino scriveva ne Le Città Invisibili, descrivendo l’altrove come uno specchio in negativo, e ogni nuova città come una trama di luoghi estranei che ci ricordano costantemente ciò che non siamo più. “Se ti dico che la città a cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.” Cercate la vostra Salt Moon City, e magari scoprirete che è sempre stata lì. Salt Moon City di Iskander Moon è uscito oggi, venerdì 20 febbraio, e non posso che consigliarvene l’ascolto. Lo adorerete.

