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Autumn in New York: Recensione del 2024 su un amore ormai superato

  • Immagine del redattore: Chiara Bressan
    Chiara Bressan
  • 9 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

**contiene spoiler**


“Non ho davvero sprecato 103 minuti della mia vita per guardare questa roba nel 2024, vero?" È quello che ho scritto nella mia recensione Letterbox dopo aver finito Autumn in New York. Faccio spesso fatica a esprimere opinioni negative, ma l'altra sera, seduta davanti al computer e provando un misto di risate e disgusto di fronte ad alcune scene, ho pensato che scrivere una recensione negativa con la giusta dose di ironia poteva essere divertente. Eccomi quindi, pronta a guidarvi nella mia critica tagliente di Autumn in New York.


Cominciamo con alcune precisazioni. Il film è del 2000 e, come presto si capisce, è invecchiato male. Appartiene a un'epoca in cui imperversavano stereotipi di genere e narrativi, il che significa che, in una certa misura, non è tutta colpa sua. Fino a un certo punto. Guardandolo nel 2024, tuttavia, alcuni dialoghi risultano decisamente raccapriccianti, ma purtroppo alcune dinamiche sono ancora profondamente radicate nelle relazioni odierne, e liberarsene è più facile a dirsi che a farsi.


Mi ci sono addentrata senza sapere nulla della trama, tranne che era ambientato a New York durante l'autunno (non difficile da intuire dal titolo) e che era una storia d'amore con Richard Gere. “Cosa ti aspettavi con queste premesse?”, potreste chiedermi, e avreste ragione. Ma chi mi conosce sa che mi diverto a individuare potenziale inesistente anche nei casi più disperati. Così mi ci sono tuffata a capofitto, ignorando il suo inquietante punteggio di 5,6 su IMDb, che, dopo averlo visto, direi essere generoso. E poi, è autunno, sognavo da tempo un viaggio negli Stati Uniti e avevo voglia di un po' di atmosfera autunnale. Posso confermare che gli alberi aranciati sono stati l'unica cosa che mi ha fatto andare avanti.



Ora, la trama. Una storia d'amore iper-stereotipata in cui il donnaiolo del quartiere, incapace di tenere a freno i propri istinti, viene dipinto come un affascinante Casanova, un maestro della seduzione dall'aura sicura e magnetica. Sotto la sua grave immaturità emotiva e relazionale si nasconde naturalmente una profonda paura dell'amore e dell'impegno che lo tormenta drammaticamente, lasciandosi alle spalle una scia di donne - ognuna delle quali scaricata puntualmente con la stessa frase da copione - al solo scopo di accarezzare il suo ego (che chiaramente non è l'unica cosa rigonfia). Entra in scena una giovane donna con la metà dei suoi anni, casualmente figlia di una sua vecchia fiamma - dettaglio che stranamente non sembra disturbare i personaggi quanto dovrebbe - ovviamente malata terminale, perché cosa sarebbe una storia strappalacrime senza una malattia tragica? E a quanto pare pure vergine, fornendo così un ottimo spunto per un certo capolavoro contemporaneo, Cinquanta sfumature di grigio, 15 anni dopo.


Tra tutti questi cliché, la storia si svolge in modo prevedibile: lei si innamora, pensando che la cosa sia reciproca, mentre lui dimostra ancora una volta la sua incapacità di controllare i propri fluidi corporei, spezzando l'ennesimo cuore, questa volta già fragile a causa della malattia. Mancava dalla collezione. Tra dialoghi imbarazzanti e battute brillanti come “È la donna perfetta: giovane, bella e in fin di vita”, abbiamo una protagonista femminile passiva e ingenua, interpretata da Winona Ryder, che lo riprende subito con sé quando lui torna strisciando e ribaltando la situazione in modo imbarazzante e manipolatorio: “Mi lascerai amarti?” - facendo sembrare lei quella che fugge dai propri sentimenti. Naturalmente, la malata terminale esiste per insegnare al nostro scapolo incallito come amare davvero. Forse perché confortato dal fatto che lei presto non ci sarà più, rendendogli molto più facile mantenere promesse di amore eterno?



Dopo numerosi tentativi disperati di trovare una cura, imbarazzanti svenimenti e frasi profonde come “Il cibo è l'unica cosa bella che nutre veramente”, lei muore tragicamente. Il sipario cala su un Richard Gere devastato, che ha perso l'unica persona in grado di abbattere le sue barriere emotive. “Tra un anno avrai una storia da raccontare per conquistare più ragazze” - et voilà. Oh, e quasi dimenticavo: lui ha una figlia, anche se il loro rapporto rimane in gran parte inesplorato, alla quale a un certo punto chiede perdono per qualcosa che, considerate le tendenze del personaggio, lascia spazio a interpretazioni inquietanti. L'ha “semplicemente” abbandonata, o peggio? A questo punto nulla ci scandalizzerebbe, dato che uscire con la figlia malata di cancro della tua ex defunta è in qualche modo considerato normale qui.


Insomma, se avete voglia di ridere e volete prendere in giro la sceneggiatura e la regia di un film che, a mio parere, ora può essere visto solo con un misto di rabbia e sarcasmo, Autumn in New York potrebbe fare al caso vostro. Ma non aspettatevi nulla. Oggi, 24 anni dopo, fortunatamente si sta cercando di invertire la tendenza a rappresentare sullo schermo dinamiche relazionali disfunzionali e squilibrate, radicate nel trend antiquato e sessista del donnaiolo che conquista tutte. In queste narrazioni, le donne sono spesso descritte come personaggi insipidi in ruoli marginali, perché anche qui il vero protagonista è l'uomo e la donna serve solo come strumento per raggiungere un obiettivo, per poi morire una volta raggiunto. L'obiettivo ora è quello di sostituire questi personaggi con protagoniste femminili più forti, uomini più vulnerabili e dinamiche più sane e realistiche. Ultimamente si è parlato molto di Nobody Wants This, che non mi ha particolarmente impressionato ma è un buon esempio di questa tendenza. Dopo aver sopportato l'orrore a cui ho assistito per poco più di un'ora e mezza, mi ritrovo ad apprezzarne ancora di più lo sforzo.

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